“I getti bianchi”

La tecnica che affronto come l’assemblage, l’objet trovè, si rivelano preziose per catturare il rumore, la velocità, il tempo, la durata dell’esperienza urbana e industrializzata del XX secolo. La superficie di partenza è già pregna di vita vissuta di storia. Oggi siamo tutti frammenti abbandonati a noi stessi e produciamo frammenti che abbandoniamo. I miei “getti bianchi” sono un comporsi continuo di contenuti, metto in evidenza che la vita così come l’arte si compone di cocci. Cerco di accordare prevalenza e pregnanza all’equilibrio, alla simmetria, all’ordine, è necessario tenere distinta realtà e rappresentazione della stessa, ed evitare di appiattire o di fare collassare il processo sul prodotto. Arnheim sottolinea che la creazione di un opera “consiste in un dialogo tra colui che la concepisce e la concezione che gradualmente prende forma nel medium”. Mi riconosco in quelle proprietà fisiche di “getti bianchi” creati con gesti quasi sacrali. Il bianco, scelto per uniformare, desidentificare, a desensibilizzare, a rendere tutto superficie presentissima ma straniata, ne risulta un viaggio tenero ironico nell’universo dell’insensatezza, è come uno smarrimento, un abbraccio, mentre taglio i ponti con la mia vita di ogni giorno ne documento una invisibile.

AR 08/08/2016